1926 – 1928
L’Edicola Goldfinger, situata nel Cimitero Monumentale di Milano, rappresenta un notevole esempio di architettura funeraria moderna, in cui la scelta del materiale è intrinsecamente legata al concetto di eternità e memoria. L’opera, progettata dall’architetto Luigi Perrone di San Martino e realizzata tra il 1926 e il 1928, si distingue per la sua severità classica e l’impiego di una scultura di Giannino Castiglioni che ne arricchisce il portale in bronzo.
La costruzione dell’edicola è notevole per la sua tecnica, essendo stata realizzata interamente con masselli di pietra. L’utilizzo di blocchi monolitici conferisce alla struttura una solidità e una monumentalità che la distinguono, sottolineando il desiderio di un’opera che resistesse al tempo. Da fonte interna della cava romana, si attesta che il materiale impiegato per l’intera costruzione fu il Marmo di Aurisina. Questa scelta non fu casuale, in quanto la durabilità, l’eccezionale omogeneità e la resistenza di questo marmo lo resero il materiale ideale per un’opera destinata a perdurare. La sobrietà e l’imponenza dell’edicola rispecchiano una concezione architettonica in cui la forma e il materiale si fondono per esprimere un profondo senso di solennità, rendendo l’Edicola Goldfinger un capolavoro di architettura funeraria e un’importante testimonianza della qualità del Marmo di Aurisina nel contesto milanese dell’epoca.
Nel contesto geopolitico denso di tensioni degli anni Venti del Novecento, il ponte eretto nel 1927 sul fiume Eneo assunse un ruolo che trascendeva la sua mera funzione infrastrutturale. Posto a dividere e al contempo a unire le città di Fiume, allora annessa al Regno d’Italia, e Sussak (Sušak), nel Regno di Jugoslavia, l’opera divenne un potente simbolo della frontiera e delle complesse dinamiche che definivano il confine orientale italiano. La realizzazione di questa struttura, carica di valenze simboliche, vide la partecipazione determinante della Cava Romana, che fornì il prestigioso Marmo di Aurisina per la sua costruzione, sotto la guida dell’allora Amministratore delegato, Giulio Villa-Santa. La scelta di un materiale di tale pregio non fu casuale, ma rispondeva all’esigenza di conferire solidità, durabilità e un’impronta estetica monumentale a un punto di passaggio così significativo.
Il Marmo di Aurisina, con la sua nota resistenza e la sua estetica imponente, era il materiale ideale per materializzare la presenza e il prestigio italiano su un confine di recente definizione, trasformando un semplice ponte in un vero e proprio monumento di frontiera. Sebbene non sia nota la figura dell’architetto progettista, l’opera si impose nel paesaggio urbano come una testimonianza tangibile della storia e della politica di quel tempo, immortalata in numerose cartoline storiche. Il destino del ponte fu tuttavia indissolubilmente legato agli sconvolgimenti del secondo conflitto mondiale, durante il quale venne distrutto, cancellando così un simbolo fisico di quella storica divisione. Negli anni successivi, la struttura fu ricostruita e ampliata utilizzando materiali moderni come l’asfalto, per rispondere alle nuove esigenze viabilistiche. Tuttavia, una traccia tangibile di quella storica costruzione sopravvive ancora oggi. Le pietre di Aurisina, impiegate per il contenimento laterale dell’alveo del fiume su cui poggiava la struttura, sono tuttora visibili su entrambe le sponde. Questi resti, che hanno resistito al tempo e alle distruzioni belliche, si offrono come una silenziosa ma eloquente testimonianza della qualità e della resilienza del materiale fornito dalla Cava Romana, un frammento di storia che continua a raccontare il suo passato in un contesto urbano profondamente mutato.

L’approccio progettuale di Berlam, che affida al Marmo di Aurisina il compito di elemento fondante, stabilisce un interessante parallelismo con un’altra celebre architettura triestina: il Castello di Miramare. Anche nel castello asburgico, infatti, il basamento e il piano più basso furono realizzati con il medesimo pregiato materiale. In entrambi i casi, l’uso del Marmo di Aurisina alla base non solo fornisce una fondazione solida e resistente, ma crea anche una magnifica fusione visiva con i materiali impiegati nei livelli superiori. A Miramare come nel Faro, questa pietra compatta e resistente funge da nobile “piede” che connette l’edificio alla terra, permettendo alle architetture sovrastanti di svilupparsi con slancio e leggerezza. Berlam, dunque, reinterpreta una lezione già consolidata nel grande patrimonio architettonico locale, dimostrando come il Marmo di Aurisina sia il materiale d’elezione per conferire alle opere non solo bellezza e prestigio, ma anche quella forza strutturale indispensabile per sfidare il tempo.
